Il momento in cui esisto

Un’azione collettiva, connettiva ed espansa

Questa pubblicazione è il risultato di una pratica partecipativa condotta dall’artista Zoe Ferrara a Sant’Antimo (NA), tra Novembre e Dicembre 2024 e compresa nel gruppo di azioni culturali sul territorio prodotte dall’associazione Noli Timere Aps-Ets con l’ausilio del Comune di Sant’Antimo ed il supporto dell’Azienda speciale consortile Ambito17.

Ringraziamo gli enti nominati per averci dato la possibilità di creare uno spazio temporaneo in cui la creatività e la partecipazione sono stati strumenti per raccontare, riscoprire e rigenerare il territorio locale.

Il laboratorio proposto da Zoe Ferrara è stato allestito in più punti del territorio locale santantimese, in modo da coinvolgere quante più persone possibili alla realizzazione del lavoro.

L’artista ha posto nelle mani dei partecipanti, in particolare bambini e bambine di età inferiore ai 13 anni, una macchina fotografica analogica con il compito di esplorare il proprio ambiente, catturarne i particolari più interessanti per infine analizzarli tramite rappresentazione grafica in una seconda parte dell’attività.

I partecipanti coinvolti hanno così iniziato a raccogliere storie nascoste, a vedere oltre la superficie e scoprire rapporti di significato prima ignorati: ogni scatto è diventato atto di attenzione profonda, una narrazione da sviluppare, un gesto di fiducia poetica e affettiva verso il proprio territorio.

Il progetto ha coinvolto direttamente i bambini e le bambine, ma anche le famiglie e la comunità di Sant’Antimo, creando un legame di esperienza attraverso la pratica fotografica. Ha unito generazioni, stili di vita e punti di vista diversi, facendo emergere una rete di relazioni e percezioni reciproche. Si è mosso nel tempo perché l’atto di scattare, sviluppare e riflettere sulle immagini ha richiesto ore ed ore: attesa, pazienza, dialogo;

ha attraversato il quartiere, i suoi angoli meno battuti e quelli più conosciuti, raccontando non solo il luogo fisico, ma anche le storie emotive e sociali che lo abitano.

Questo progetto è nato così: non per insegnare la fotografia ma per risvegliare il proprio sguardo, per trasportare le energie in soglie ed i margini in atti di meraviglia. Il presente libro rappresenta un momento di restituzione di quel processo collettivo e riflessivo che non si è limitato a tramandare una tecnica, ma ha cercato di far emergere una consapevolezza condivisa attraverso l’arte e il dialogo.

Una promessa di significato

Avvicinarsi per la prima volta a una macchina fotografica analogica a pellicola, senza averne mai vista una prima, è un’esperienza densa di sensazioni contrastanti: fascino, spaesamento, curiosità, rispetto, che i bambini e le bambine coinvolti hanno impiegato poco a comunicare con entusiasmo. La macchina appare al tatto leggera, quasi artigianale, con ghiere e leve meccaniche che si muovono con piccoli clic precisi. Chi è abituato al digitale resta colpito dall’assenza di uno schermo: nessun feedback immediato ma numeri, simboli.

Si guarda attraverso l’oculare e si scopre una visione nitida, diretta, come se l’occhio si fondesse con l’obiettivo come per una magia. Caricare la pellicola è un piccolo rito: tendere, avanzare, fermare il nastro. Si percepisce che fotografare è un processo fisico, una prospettiva tra luce e materia, non solo un gesto digitale. Si comincia a pensare in modo diverso: il preallarme che ogni scatto costi, che sia irripetibile, genera un senso di responsabilità e liturgia.

Premere il pulsante di scatto diventa un gesto importante: con l’analogico si rallenta, si guarda di più, si aspetta, si pensa. L’occhio diventa attento, il ruolo è consapevole, la mano segue al pensiero. L’attesa di senso costruisce lo scatto che non si può vedere subito, ma sembra suggerire che prima o poi ci sarà un significato, un messaggio da cogliere.

Durante quell’attesa, ogni immagine diventa possibile: qualcosa di invisibile che forse dirà qualcosa di noi, forse no. Si vive nella sospensione del senso, nel suo essere in potenza, pronto a rivelarsi, ma mai in modo definitivo. Ogni fotografia è un silenzio che aspetta parole. Una foto che promette significato è ambigua, stratificata, e proprio per questo ricca; non chiude il discorso: lo apre.

È qui che entra in gioco l’idea dietro al progetto fotografico esposto: il significato delle immagini, così come della realtà, è latente, nascosto tra le righe visive, eppure con attenzione, dopo lungo tempo meditativo, emerge e pulsa di contenuto premiando lo sforzo contemplativo che è stato ingaggiato.

Il momento in cui esisto parla di questo, del processo di emersione alla consapevolezza della fotografia come mezzo, in cui ogni scatto è presenza. È il tentativo di trattenere qualcosa, fissandolo sulla pellicola prima che svanisca. Un frammento: essere lì, davvero, con occhi aperti e cuore attento.

Tutto ciò che abbiamo detto finora – la lentezza, l’attesa, la promessa di significato, il guardare con attenzione – può diventare uno strumento potente per ri-leggere un territorio, spesso visto solo attraverso etichette, pregiudizi o immagini superficiali.

In un ambiente segnato da conflitti, abbandono o marginalità, la fotografia analogica educa a vedere l’invisibile non limitandosi a documentare la ferita, ma suggerendo che possa esserci una nuova prospettiva. Scattare con lentezza e condividerne le regole è già atto politico e poetico: è rallentare dove tutto sembra sfuggente; è ascoltare il silenzio delle cose abbandonate.

Se dei bambini, abituati al veicolo dell’istantaneo, si muovono con una macchina analogica nel loro quartiere, iniziano a vedere in modo nuovo. Ogni scatto li incoraggia a scegliere con cura: fotografo questa serranda perché dietro ci lavorava mio padre. Fotografo questo albero piegato dal vento, ma che resiste. Fotografo il mio amico mentre ride, in mezzo al nulla.

In quel gesto c’è già un atto di cura, di inciampo a ripensare il mondo non per forza attraverso le categorie che ci sono state lasciate ma con uno sguardo nuovo. La maggior parte degli spazi a disposizione dei giovani under 30 a Sant’Antimo è rappresentata da luoghi di consumo, come bar o strutture a vocazione commerciale.

In un territorio povero di risorse culturali, i laboratori creativi non sono solo un’opportunità, ma una vera e propria necessità per offrire spazi di socialità. Garantire gratuitamente momenti di aggregazione, apprendimento e condivisione, soprattutto dove mancano teatri, biblioteche o centri culturali, dovrebbe essere una priorità.

RESISTERE

NOLITIMERE APS-ETS

L’associazione Noli Timere APS-ETS è un’organizzazione culturale senza scopo di lucro con sede a Sant’Antimo, in provincia di Napoli. Fondata nel Febbraio 2023, è apolitica e apartitica, e si propone di diventare un punto di riferimento per la comunità locale attraverso iniziative che promuovano l’identità territoriale, l’integrazione sociale, l’alfabetizzazione digitale e la valorizzazione artistico-culturale.

Noli Timere si impegna a innovare e reinterpretare le tradizioni locali, organizzando eventi culturali per coinvolgere attivamente la cittadinanza. Tra le sue iniziative più significative figurano la mostra d’arte “Tradizioni Future”, giunta alla sua terza edizione nel Maggio 2025 con il coinvolgimento di giovani artisti locali, e la digitalizzazione completa e sua distribuzione gratuita online della Collana Atellana, punto di riferimento bibliografico per la memoria storica del territorio locale.

L’associazione promuove anche attività educative, come visite guidate per i giovani con l’obiettivo di stimolare l’interesse per la storia e la cultura locali.

Per ulteriori informazioni, è disponibile il sito ufficiale: nolitimere.it

Zoe Ferrara

Zoe Ferrara è una fotografa e art director napoletana, classe 1997. Dal 2013 si forma e opera nel mondo della fotografia, dopo studi in musica e lingue, laureandosi in Fotografia e Cinema. La sua ricerca personale prende forma attraverso l’autoritratto, indagando il corpo e l’ambiguità dell’esperienza contemporanea.

Parallelamente al percorso fotografico, si sviluppa la sua esperienza musicale: dal 2014 lavora con magazine ed etichette discografiche, occupandosi di reportage di musica live e produzione visiva per artisti emergenti. Il suo lavoro di laurea triennale, il libro-archivio Questa stanza piena di gente (2021), riassume questa doppia traiettoria.

Il suo ultimo progetto, Straticore (2023), è stato esposto in collettive a Roma, Napoli, Monopoli e Fermo, e si affianca a numerose pubblicazioni indipendenti in forma di fanzine fotografiche, nate da un approccio “DIY”. Profondamente legata alla cultura dal basso, collabora attivamente con realtà indipendenti. Dal 2024 approfondisce la fotografia autorale sotto la guida di Nausicaa Giulia Bianchi.

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